Come si può litigare meglio, secondo la scienza?

Come si può litigare meglio, secondo la scienza?






Un errore molto comune quando si litiga è credere che le motivazioni che noi riteniamo convincenti, lo siano anche per l'altro. Non è così: il cervello lavora assiduamente per confermare l'integrità delle nostre idee. Tendiamo a liquidare in fretta i fatti che non ci piacciono, e a cercare articoli e fatti che rafforzino il nostro punto di vista iniziale. Le ragioni che noi riteniamo ovvie e intuitive potrebbero quindi essere quelle che chi la pensa diversamente ha già scartato: non solo non le capirà, ma sarà sordo a quelle argomentazioni, perché il suo cervello le ha già scartate.

Per Robb Willer, psicologo dell'Università di Stanford, esiste un solo modo: sfruttare i valori morali dell'avversario a proprio favore. Lo scorso anno, in sei diversi studi scientifici, Willer ha dimostrato che quando le istanze conservatrici vengono presentate "avvolte" di valori liberali, come l'uguaglianza e l'equità, i liberali sono più inclini ad accettarli. Lo stesso vale per i conservatori, più disposti a considerare le posizioni liberali se proposte, per esempio, in termini di rispetto per l'autorità.

L'idea di Willer è che ciascuno sia guidato da fondamenti morali stabili, quasi viscerali, che per chi ha posizioni opposte risultano incomprensibili, come se si parlassero due lingue diverse. Per lo psicologo, usare i termini cari all'interlocutore per sostenere i propri valori probabilmente non farà cambiare idea all'altro, ma forse renderà il dialogo un po' meno teso.

Esperimenti condotti durante le recenti elezioni USA confermano la sua teoria: quando si è presentato Trump sotto una cattiva luce in termini di lealtà (un valore bandiera dei conservatori), i suoi sostenitori sono apparsi più tiepidi nei suoi confronti. Lo stesso calo di entusiasmo si è visto con i supporter della Clinton quando si è messa in dubbio la sua equità (un valore più liberale).

Uno studio pubblicato ad aprile su Science sostiene che bastino 10 minuti per abbattere i pregiudizi di una persona contraria ai diritti dei transgender, con un effetto che dura nel tempo. Come? Ascoltando chi non la pensa come noi, anziché provando a convincerlo delle nostre opinioni.

È la base della tecnica del deep canvassing (un'opera di convincimento profondo basata su conversazioni porta a porta) messa a punto, negli anni, dalle associazioni che si battono per i diritti di omosessuali e transgender.

Il metodo si basa sul fatto che le persone sono più inclini a convincersi profondamente di qualcosa, se ci arrivano da sole, e non se qualcuno le bombarda di statistiche. Si parte con il chiedere all'interlocutore di raccontare la propria esperienza e poi, con una serie di domande, lo si porta a riflettere sui punti di contatto tra il suo vissuto e l'idea che vogliamo sostenere, ma facendo in modo che li trovi da solo, con un processo di ricerca attivo.

L'obiettivo è far emergere le comuni esigenze di esseri umani, anziché puntare sulle differenze. Non è detto che funzioni, ma si può fare un tentativo.





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